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giovedì, Settembre 29, 2022
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Franca Di Mauro e de “Il Cellaio di Don Gennaro”

Chi è Franca Di Mauro, la terza generazione del “Il Cellaio di Don Gennaro”?

Quando leggo sul menù “la cucina è una storia d’amore” penso a lei. Franca Di Mauro. Animata da una grande passione. E che si prende cura ogni giorno della sua osteria.

E poi dell’orto. Dell’accoglienza. Degli allestimenti. E del giardino. Insomma, di tradizioni tramandate di generazione in generazione. Così come di rituali antichi. Che Franca Di Mauro valorizza anche con un semplice ma prezioso ammazzacaffè. Insomma, anche del più trascurabile dettaglio pur di far quadrare il cerchio.

L’atmosfera di sera è da vivere soprattutto all’esterno. Cosicché, quando gli ospiti arrivano, spesso non hanno neppure bisogno di chiedere. Ci pensa lei a coccolarli dall’inizio alla fine. Li accoglie nella loro permanenza nella casa di famiglia, magistralmente organizzata in un ristorante diffuso. E li riceverli su più livelli in modo da farli intrattenere in diversi angoli della villa.

Il “Cellaio di Don Gennaro” di Vico Equense

Ma come si chiama il ristorante di Franca Di Mauro? Il “Cellaio di Don Gennaro” e si trova a Vico Equense. E dal 2011 rappresenta un autentico buon retiro per tenersi lontani dai ritmi caotici del centro costiero della Penisola Sorrentina. E godersi ciò che i campi dispensano con generosità. Che poi arriva a tavola obbedendo sempre all’andamento delle stagioni e all’ambiente nel suo complesso.

Franca Di Mauro

E’ professionale e sorridente Franca Di Mauro. Di mattina indossa le vesti di docente di Lingue. Di sera quella di ristoratrice. Sprizza competenza e savoir faire non comuni. E la vedi muoversi con naturale disinvoltura a far la spola tra cucina e sala. Raccontare i piatti con dovizia di particolari. Promuovere i produttori locali di cui è affezionata cultrice.

E ci svela la sua passione per l’orto. Senza dimenticare l’agrumeto e l’uliveto di proprietà, da sempre sotto la giurisdizione di papà Salvatore. È lui a seguire i cicli di madre natura e a dividersi tra gli appezzamenti di proprietà dislocati tra Vico e Scafati.

“La sua è una religione che professa con una reverenza assoluta. A a volte scende in campagna anche di notte perché proprio non può farne a meno. E si trattiene molto volentieri a curare le sue piante”.

“Mio padre ha diviso le coltivazioni per aree. Poi si organizza perché sia sempre tutto perfetto. Ecco perché abbiamo la fortuna di poterli cucinare qui insieme all’olio che ricaviamo dai nostri uliveti. La cultivar è per lo più la varietà locale minucciola”.

Nonno Gennaro Toscano

La ascolto narrare di nonno Gennaro Toscano. Come tanti da queste parti, ancora ragazzino si imbarca per l’America in cerca di fortuna a fine Ottocento. Trova inizialmente lavoro come garzone di un fruttivendolo. Per poi inaugurare un negozio di verdure tutto suo a Manhattan.

Si fa prendere spesso dalla nostalgia domenicale. Guarda spesso vecchie foto di famiglia. E cresce la sua voglia di tornare presto a Vico. Si mette ad ammirare i quadri che il pittore Antonio Asturi, suo vecchio amico, omaggia alla sua famiglia. Si incanta mentre li dipinge tra uno spuntino e l’altro consumato insieme davanti ad un buon rosso quando torna in Italia.

Nonno Gennaro pensa alla cantina, naturalmente freschissima da cui il nome “cellaio”. E’ scavata da una grotta, adesso destinata a sala invernale. Anche in questo caso l’amico artista la disegna a matita su un foglio di carta del pane. E questo stesso disegno campeggia in una bella gigantografia in quella che viene intravista, già all’epoca, come tale dalla fantasia dell’autore.

E scrive lunghe lettere, rigorosamente a mano e di suo pugno, destinate alla nonna Serafina Cioffi. La signora per l’epoca era parecchio avanti. Visto che agli inizi del Novecento sfida tutto e tutti per studiare e diventare ostetrica”.

Il fascino di queste storie conquisterebbe chiunque. Mi racconta che finalmente i nonni, genitori della suocera Marietta, fanno ritorno a casa. Siamo intorno agli anni Venti del secolo scorso. E i due aprono una bottega per vendere i prodotti dei loro orti. Mentre il marito è in negozio, nonna Serafina si dedica anima e corpo alle partorienti del circondario.

La cosa grande è la signora che registra, con cura certosina, le nascite in un taccuino. E Franca lo conserva gelosamente nel bagaglio dei suoi ricordi più cari. E ci segnala che su ogni libello si riporta, all’inizio di ogni libretto, un incipit più che beneaugurante. “Padre, Figlio e Spirito Santo”.

Il marito Giovanni

Oggi, al suo fianco c’è il marito Giovanni. Tutti lo conoscono come John, il nipote di don Gennaro. Di professione è ginecologo (manco a dirlo, visto l’esempio della nonna!)! E’ lui a darle una mano per la parte commerciale, mentre lei si dedica alla spesa e alla ricerca dei prodotti del territorio.

Per trovare eccellenze Franca Di Mauro non si risparmia. E per questo ha ottenuto il titolo di “ambasciatore del gusto”. Tra un corso Slow Food e una coccola alle numerose e colorate piante che circondano la villa, diventa anche beer tester e sommelier.

E, come se non bastasse, trova anche il tempo per preparare, con pazienza, dai frutti che sono nella sua proprietà, diversi liquori. Su tutti, il cedrino, il finocchietto e il nocino. Insieme al gelso, un delizioso cherry e qualche gustosa marmellata.

Con dedizione quotidiana mette su una squadra tutta al femminile, ben affiatata e competente. I fornelli sono affidati ad Annamaria Longobardi. La sala invece a Maria Staiano e Margherita Buonocore.

La proposta è devota in toto al territorio, proprio come annuncia la frase iniziale di Alain Ducasse che vi abbiamo anticipato all’inizio. E qui, alla lettera, ci si è prima innamorati “dei prodotti e poi delle persone che li preparano”.

Così anche la rivisitazione dei piatti si tiene sempre lontana da esagerazioni che snaturerebbero questo luogo. Con lo scopo di riservare agli ospiti un intelligente tocco di creatività che la rende unica.

Anche il fatto di sistemare, in un box per ciascun cliente, eventuali avanzi del proprio pasto (vini compresi) ci sembra un’attenzione, difficile da trovare altrove, che apprezziamo molto. Così come l’abitudine di nutrire i tanti polli, longevi perché mai allevati per la tavola, con gli scarti alimentari.

La carica a fare sempre più e meglio trasborda da ogni parola o gesto. Qui non c’è spazio per l’improvvisazione. E se il segreto di quest’avventura è “portare sempre avanti i propri sogni con passione”, Franca ha pienamente centrato l’obiettivo.

“Coltiva” infatti questo luogo restituendogli nuova vita. Si fa in quattro in sala quanto in cucina. Va instancabilmente in cerca proprio di quel prodotto che la incuriosisce senza accontentarsi di altri. Si è riappropriata del piacere di veder rifiorire, anno dopo anno, l’immenso giardino. E di aggiungere, stagione dopo stagione, un altro piccolo tassello a “Il Cellaio di Don Gennaro“.

Foto per gentile concessione di Franca Di Mauro

Il ristorante di Franca Di Mauro è “Il Cellaio di Don Gennaro“. Ssi trova, lo abbiamo già ricordato, a Vico Equense, il più vasto comune della Penisola Sorrentina. Tra i Monti Lattari, il golfo di Napoli e di Salerno.

Ricco di chiese e santuari (su tutti, quello dedicato a san Michele Arcangelo sul monte Faito), il centro costiero è protetto dalle colline. E, non solo per le sue meravigliose spiagge, è meta prediletta di turisti provenienti da ogni dove.

L’associazione della sua caratterizzazione di vicus, vale a dire borgo con il termine “aequa” cioè piana, ha dato vita al nome del luogo. Che in realtà era abitato ancor prima dei Romani.

Con il crollo del più grande impero che la storia abbia mai conosciuto, gli abitanti si dovettero difendere sia dall’avvento dei barbari che dalle pericolose incursioni dei Saraceni. E crearono piccole difese nel luogo in cui oggi sorge il borgo di Marina Equa, nucleo principale del centro e sede della cattedrale principale, la chiesa della Santissima Annunziata.

Un suggerimento utile. Se decidete di andare a “Il Cellaio di Don Gennaro“, riavviate il navigatore solo dopo essere arrivati a Vico Equense. Fareste un giro lunghissimo quando invece il locale è a località San Vito. Ve lo trovate appena qualche chilometro dalla piazza principale, seguendo la strada che sale al Monte Faito.

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